Rosolia e vaccino antirosolia

La malattia

La rosolia è una malattia molto comune e lieve che colpisce l’infanzia, anche se oggi la frequenza maggiore si è spostata verso l’età di 10-14 anni.
Le complicazioni sono molto rare e costituite in genere dalla trombocitopenia con porpora, da artriti, da artralgie e dall’encefalite.

Il maggior pericolo di questa malattia, però, è la rosolia congenita che può colpire il feto quando la madre viene contagiata nei primi 3-4 mesi di gravidanza. Il senso di questa vaccinazione, quindi, non è quello di evitare la rosolia nel bambino, ma di evitare la rosolia congenita nel feto. Va anche detto, però, che la vaccinazione non fornisce una copertura totale e quindi non elimina completamente il rischio di rosolia congenita nel bambino.1 Inoltre, la malattia naturale offre una protezione che dura tutta la vita, mentre la vaccinazione infantile, secondo alcuni Autori, presenta una recidiva di malattia da adulti nel 50% dei casi.

Il vaccino

Il vaccino è costituito da un virus vivo attenuato (ceppo RA-27/3) preparato da colture di cellule diploidi umane con aggiunta di neomicina (attenzione alla possibile allergia a questo antibiotico). Proprio perché contiene un virus vivo attenuato, il vaccino è controindicato in bambini immunodepressi.
Per quanto riguarda la relazione tra vaccinazione antirosolia e gravidanza, alla luce dei rilievi epidemiologici pubblicati dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta dal 1979 e di quelli pubblicati da Inghilterra e Germania, l’Immunization Practices Advisory Committee ha concluso che:
– la gravidanza rimane sempre una controindicazione alla vaccinazione antirosolia per il rischio di sindrome rubeoliforme congenita; comunque
– la vaccinazione antirosolia eseguita accidentalmente durante la gravidanza non è una ragionevole indicazione all’aborto volontario.
I maschi non dovrebbero essere vaccinati, perché non corrono alcun rischio reale, ma la vaccinazione viene ugualmente consigliata allo scopo di evitare la diffusione della malattia e pertanto per ridurre il rischio di infezione per le gravide non immuni. In questo modo, però, essi incappano nei danni del vaccino senza aver alcun vantaggio reale e le femmine che vengono vaccinate, oltre ai danni del vaccino, hanno il rischio di perdere l’immunità da grandi, proprio quando la protezione dovrebbe proteggerle in caso di un’eventuale gravidanza. È vero che da grandi si può ripetere la vaccinazione, ma allora si aumenta il rischio di avere reazioni avverse al vaccino.
Alla fine, alcuni Autori si chiedono se non era forse meglio la condizione pre-vaccinale in cui, dato che l’infezione era molto diffusa e i bambini si ammalavano anche senza saperlo sviluppando semplicemente una sintomatologia simil-influenzale, bastava sottoporre le ragazze in età pre-matrimoniale ad un dosaggio specifico degli anticorpi plasmatici e vaccinare in quel periodo solo quelle che non risultavano essersi ancora spontaneamente immunizzate. In quel modo si sarebbero ridotte le vaccinazioni e quindi anche i danni da vaccino, si sarebbe stati certi di proteggere tutte le donne in età fertile e non si avrebbero fatto correre rischi inutili ai maschi.
Questo vaccino, che è consigliato in associazione al vaccino antiparotitico e antimorbilloso (vaccino trivalente MPR), viene somministrato per via sottocutanea (parte alta del braccio) in 2 dosi: a 13-15 mesi di vita e poi con un richiamo a 5-15 anni, perché si è visto che la copertura della vaccinazione ha una durata media di circa 12-15 anni.

Gava Roberto

(Tratto dal libro: Gava R. Le Vaccinazioni Pediatriche. Revisione delle conoscenze scientifiche. Edizioni Salus Infirmorum, Padova, 3a ed., 2010)


Informazioni su Roberto Gava

Il Dr. Roberto Gava si è laureato in Medicina all'Università di Padova, si è specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica e Tossicologia Medica, per poi perfezionarsi in Agopuntura Cinese e Omeopatia Classica.

Dopo dieci anni di lavoro in ambiente universitario ed essere stato autore di libri di Farmacologia e di più di un centinaio di pubblicazioni scientifiche, da una quindicina di anni sta cercando di studiare gli approcci medici non convenzionali, rivedendoli anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, essendosi convinto che il medico deve aprirsi a molte tecniche terapeutiche scegliendo di volta in volta per il suo paziente quella che è più appropriata.